I migliori 16 libri di viaggio che ti ispireranno

La letteratura sul tema riempie gli scaffali dei migliori sognatori. E quanti tipi di viaggio conosciamo? Da un certo punto di vista, anche condivisibile dai più, lo stesso Trainspotting –  che, come sai, è libro prima di essere film – tratta di svariati viaggi, anche se per altri tipi di sognatori. Ce ne sarebbero a miliardi, come non pensare a Dante, ad Ulisse prima ancora di lui, e chissà quanti altri, ma devo tirare il freno per forza, potendo proportene solo alcuni libri di viaggio.

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Nomadland – un racconto di inchiesta
di Jessica Bruder

Come primo appunto ti segnalo questa interessante indagine sociale, della penna di una giovane giornalista statunitense, Nomadland – un racconto di inchiesta. Il libro è uno spaccato di vita alternativa affascinante, dell’autrice Jessica Bruder, insegnante di scrittura creativa alla Columbia Journalism School, sempre intenta a tenere il mirino puntato su quello che non si vede e ciò che non si conosce: sottoculture e storie di personaggi disillusi, storie di chi si tiene ben lontano dai riflettori dei media, indagini ai margini dell’America che noi conosciamo.

Questa volta Jessica Bruder ha deciso di dare voce ai cosiddetti Workcamper, ad una fetta di America nomade, sempre in viaggio alla ricerca di un nuovo parcheggio: una fascia di popolazione già oltre la mezza età. I Workcamper sono un gruppo di persone che, assaporato l’amaro dell’American Dream, ha deciso di evadere dal sistema, andando alla ricerca di lavori stagionali in cambio di un posto gratuito dove sostare.

Non «senza tetto», ma «senza casa», sono i nuovi nomadi, che guardano al mondo con disincanto, senza aspettative: sfuggono alla povertà coi propri mezzi, vivono nel loro piccolo spazio, sempre tenuto caldo dai rapporti interpersonali.

Il testo rientra nell’ambito dei reportage, che parte da dati e statistiche, ma soprattutto dalle preziose testimonianze di persone che hanno avuto il coraggio di rivalutare la situazione, ripartire da zero e ricalibrare interamente il proprio modus operandi.

Le otto montagne
di Paolo Cognetti

Un altro autore giovane ben lucido che vorrei segnalarti è Paolo Cognetti, classe 1978. Scrittore che esordisce nel 2003 con il racconto Fare ordine, Cognetti nasce in realtà come documentarista di carattere sociale e politico: formatosi alla Civica Scuola di Cinema di Milano, passa i primi dieci anni della sua carriera nell’ambito dell’immagine.

Il passaggio alla parola lo vede vincitore di più premi letterari, riconoscimenti poi riconfermati nel 2016  dall’assegnazione del LXXI Premio Strega al suo romanzo Le otto montagne. Il protagonista è Pietro, un ragazzino che vive due case e due città, diviso tra una grigia Milano e Grana, un paesino di montagna cui i suoi genitori insistono nel volersi rifugiare.

Le otto montagne è la storia delle scoperte che fa il quindicenne di città, assieme a Bruno – che, suo coetaneo, a Grana ci vive e fa il pastore – tra case abbandonate, rocce e desolazione; è la storia di un viaggio, tutto interiore e spirituale, in cui Pietro spesso si perde, alla continua ricerca di un’Itaca cui tornare.

Un romanzo denso e toccante, pieno di rocce e distese sempre tutte animate dai due ragazzi, poi uomini, che si ritroveranno alla fine del romanzo: così diversi, eppure così affini.

I bambini di Svevia
di Romina Casagrande

Altra scrittrice amante della montagna e della natura è Romina Casagrande, nata in provincia di Bolzano nel 1977. Laureata in Lettere Classiche e insegnante nelle scuole secondarie, Casagrande è una romanziera appassionata di folklore e tradizioni popolari, frequentatrice perlopiù del genere del fantasy.

I bambini di Svevia, uscito nel 2020, è un testo diverso dai suoi precedenti, non fantastico, ma ben attaccato alla realtà: «romanzo che dà voce a una pagina dimenticata della nostra storia», 3Recensione su Garzanti: https://www.garzanti.it/libri/romina-casagrande-i-bambini-di-svevia-9788811609988/ afferma la casa editrice Garzanti, una storia che è la testimonianza dell’esistenza di chi davvero faceva parte dei bambini di Svevia, quei ragazzi che fino alla seconda guerra mondiale si vedevano venduti dalle proprie famiglie ai contadini tedeschi dell’Alta Svevia.

Il viaggio è quello alla riscoperta di sé, compiuto da Edna ormai adulta, costretta a tornare dove tutto ha avuto inizio, per mantenere una promessa rimasta in sospesa da tempo. Persa tra i sentieri, le strade e i percorsi non esclusivamente concreti e fisici, Edna è una tra le voci che per tempo sono rimaste mutate dalla storia, persone che con la penna di Casagrande hanno riacquisito una voce.

Il treno dei bambini
di Viola Ardone

Facendo ricerche sull’autrice, mi sono ritrovata recidiva nel digitare ardore al posto di Ardone, e forse non poi così a caso. Anche lei insegnante, per niente montanara questa volta, ma di Napoli; classe 1974, Ardone ha lavorato per alcuni anni nell’editoria, è autrice di manuali scolastici, oltre che di romanzi – tra cui La ricetta del cuore in subbuglio (2013) e Una rivoluzione sentimentale (2016).

Il treno dei bambini è il suo ultimo romanzo, edito Einaudi (2019), che racconta del viaggio di Amerigo, ragazzino partenopeo anche lui, mandato dalla madre Al Nord nella speranza di una nuova vita – protetta, calda, dalla pancia piena di cibo, istruzione, affetti.

Amerigo è a un bivio – tra il suo rione e il nord, la povertà del secondo dopoguerra e la speranza di una rinascita – e salirà sul treno con le gambe tremanti, gambe sue e di altre migliaia di bambini, diretto al nord, in Emilia: dove porteranno la rinuncia alla madre, alla sua lingua e alle sue abitudini? Si potrà tornare indietro?  Quanto costa una vita doppia?

La storia di una lacerazione, di Amerigo e di altri come lui, testimonianza di un periodo storico non così alieno per noi: «Oggi, quanti benpensanti prenderebbero per sei mesi un ragazzetto venuto dal mare, sceso dalla Open Arms?» si chiede l’autrice in un’intervista, e mi chiedo con lei, io, tu, il tuo vicino, noi lo faremmo?

Un indovino mi disse
di Tiziano Terzani

Terzani, prima di essere uno scrittore o un giornalista, è un viaggiatore: venuto a mancare nel 2004, è un uomo che non ha avuto paura di esplorare il mondo, fino a saperlo toccare con mano. Corrispondente per trent’anni per il settimanale tedesco Der Spiegel dall’Asia, Terzani scrive i suoi libri partendo dalle proprie esperienze – Pelle di leopardo parla dei suoi due anni in Vietnam, Buonanotte, signor Lenin! del suo viaggio in quella che era l’Unione Sovietica – senza mai sottrarsi ad una profonda ricerca di sé, sempre restando dentro l’esperienza, ma al contempo riuscendo a definirla, a guardarla dall’alto, divulgarla e trasmetterla all’altro.

Un indovino mi disse è il racconto del suo 1993, anno in cui continua a girare per l’Asia come corrispondente, ma senza mai prendere l’aereo. Un anno che «è finito per essere uno dei più straordinari che io abbia passato: avrei dovuto morire e sono rinato», ha detto l’autore: mosso da quello che un indovino, appunto, gli disse – profezia che lo avverte nel 1976 con un lapidario:

«Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. Non volare mai»

Terzani non rinuncia al suo lavoro e alla sua vita, ma coglie l’occasione di rimettersi in gioco, di continuare a viaggiare con una nuova e ritrovata forza – il 1992 lo vede sofferente, perso tra le sue incertezze, ha cinquantaquattro anni, nel pieno di un momento di crisi.

Un resoconto di un viaggio delicato, un reportage ed insieme una storia di formazione e un’autobiografia, un romanzo d’avventura, che ti trascina con lui in giro per l’Oriente, prendendosi tutto il tempo che un lungo viaggio in treno richieda.

In Patagonia
di Bruce Chatwin

Un altro viaggiatore per eccellenza è Bruce Chatwin, britannico che nasce nel 1940, giornalista e sognatore inarrestabile, personaggio eccentrico che diventa noto proprio per i suoi reportage di viaggi. Esperto e soprattutto appassionato di arte, Chatwin viene assunto nel 1973 dal Sunday Times Magazines come consulente nell’ambito artistico e per questo, lavorando come inviato dall’estero, continua a seguire la propria passione di scoprire viaggiando.

È così che Chatwin muoverà verso la Patagonia, sulle tracce del preistorico Milodonte, un mammifero di cui nonna Isobel custodiva un reperto di pelliccia nella sua vetrinetta, tutta sacra per il Bruce infante.

Il viaggio di Chatwin vuole essere documentaristico, per questo il libro è pieno di personaggi bizzarri – veri! – che raccontano storie altrettanto bizzarre. Paesaggi, voci, cibi e profumi, divagazioni scientifiche e quant’altro, un continuo appunto di un autore alla ricerca delle proprie radici e della propria interiorità, travolto allo stesso tempo dalla potente voglia di esplorazione e scoperta di un luogo lontano ed ignoto.

Atlante tascabile delle isole remote
di Judith Schalansky

Judith Schalansky è una scrittrice che nasce nel 1980 in Germania, a Greifswald. Studiosa di storia dell’arte, design e scienze della comunicazione, attualmente vive a Berlino dove esercita la professione di designer. È già nel 2006, a soli ventisei anni, che col suo Fraktur mon amour – un lungo e minuzioso riepilogo di caratteri tipografici – si accaparra numerosi riconoscimenti di premi di design, mentre sarà nel 2008 che debutterà nell’ambito della narrativa con Blau steht dir nicht, non ancora tradotto in italiano.

Con Atlante tascabile delle isole remote vince nel 2012 il premio Stiftung per il libro tedesco più bello dell’anno e il Premio per il design della Repubblica Federale della Germania. In questa come in altre sue opere, forma e contenuto si intrecciano alla perfezione, tratteggiati con precisione da questa personalità poliedrica che riesce ad avere la perfezione di un monaco amanuense, senza d’altra parte risparmiarsi: le isole che incontra – e che tutte, ovviamente, disegna e mappeggia di propria mano – sono tutt’altre che idilliache.

È per questo che il sottotitolo del libro, non a caso, è cinquanta isole in cui non sono mai stata e mai andrò, un preludio ai numerosi episodi che troverai all’interno di queste pagine: cannibalismo, naufragi, animali ed abitanti strani, malattie esotiche.

Nato da una voglia di trovare la propria isola paradisiaca, la Schalansky ci guida per cinquanta isole sperdute e irraggiungibili, divisa tra un’accanita nostalgia di quei posti in cui poter sparire – e per questo «la critica tedesca ha accolto il testo come «libro della nostalgia» – e la sicurezza del fatto che mai vi metterà piede.

Bianco come Dio
di Nicolò Govoni

Giovanissimo scrittore ed attivista, Nicolo Govoni è del 1993, nativo di Cremona, che parte a vent’anni alla scoperta di se stesso, per ritrovarsi davanti alla sua più grande forza, quella di saper restare. Ad oggi presidente e direttore esecutivo dell’associazione no profit Still I Rise – nella lista dei nominati, tra l’altro, per il Premio Nobel per la Pace nel 2020 -, Govoni è un ragazzo dagli occhi profondi e penetranti che non ha rinunciato a fare nel mondo, che lotta contro «tutto ciò che c’è di marcio nella cooperazione internazionale oggi.

La strumentalizzazione. La mancanza di rispetto. Il paternalismo» 4Sito di Nicolo https://www.nicologovoni.com/. Bianco come Dio è il racconto della sua esperienza in India, all’orfanotrofio di Dayavu Home, il racconto dell’esordio della scoperta di se stesso, il primo viaggio che sceglie di affrontare, per realizzare poi di non poter più tornare indietro. Scritto per raccogliere i fondi per i bambini con cui sta relazionandosi, è un testo che prima nasce su un blog, poi su Facebook, fino all’edizione Rizzoli del 2018: una storia che parla di loro, di quei ragazzi a cui Nicolò vuole far intraprendere altrettanti viaggi – dare loro un’istruzione e un luogo sicuro è voler costruire per loro una base salda da cui partire per quell’incredibile viaggio che può essere la vita.

Sulla strada
di Jack Kerouac

Padre della Beat Generation, Kerouac (1922-1969) è stato uno dei più influenti scrittori statunitensi del XX secolo, una personalità che mai ha voluto rinunciare alla libertà di realizzazione ed espressione della propria personalità, che mai ha voluto scendere a patti con quelle che erano le norme sociale dell’America del Novecento.

È con il trasferimento a New York dopo il liceo, con la frequentazione della Horace Mann Preparatory School che Kerouac iniziò a muoversi nei circoli letterari ed artistici, dando continua prova della sua eccezionalità. Dopo un tentativo alla Columbia University, tenta l’esperienza dell’esercito, dal quale però viene riformato per inadeguatezza nel 1943, con tanto di accurata diagnosi di «psicopatico costituzionale con personalità schizoide, ma non psicotica».

Sarà due anni dopo, nel ’45, che Kerouac incontrerà Neal Cassidy, un ventenne che per l’autore rappresenta l’emarginazione fatta persona: un pregiudicato dalla personalità travolgente che diventerà co-protagonista del suo Sulla strada, in cui viene per l’appunto raccontato il viaggio on the road che i due intraprendono nel Nord America. Sulla strada è il riflesso della voglia famelica che ha spinto Kerouac verso quello stile di vita che diverrà la beat generation: libertà, spontaneità e impulsività, in una fuga continua dal sistema che mai lo aveva rappresentato.

Atlas Obscura: guida alle meraviglie nascoste del mondo
di Dylan Thuras

Atlas Obscura è un progetto che nasce da Dylan Thuras e Joshua Foer e che si presenta sottoforma di un compendio delle bizzarrie ritrovate a giro per il mondo, tutte minuziosamente riportate tra le pagine di alcuni libri e non solo – puoi trovare qui la piattaforma online.

I due fondatori hanno voluto condividere la sensazione di vivere in questo mondo ancora così fortunatamente immenso e sconosciuto, ancora felicemente bizzarro, laddove è ancora possibile. Per questa sensazione di piacevole scoperta, per la capacità di continuare a stupirsi, i due giovani statunitensi – entrambi trentottenni – hanno deciso di redigere questa simpatica lista dei luoghi in cui poter trovare riparo dal preconfezionato.

In particolare, Guida alle meraviglie nascoste del mondo – di cui è appena uscita una versione aggiornata, con l’aggiunta di luoghi altrettanto più strani e variopinti e un singolare anche un itinerario per fare il giro del mondo – è un libro da tenersi sempre nello zaino, da tirare fuori quando si è presi dalla stessa voglia di evasione che hanno avuto i due autori.

È una guida sui generis che tocca Berlino, ma anche l’India, Firenze e Roma, Shangai e Spagna, un manuale che restituisce una gioia di vivere e di scoprire il mondo, che molte volte lasciamo chiusa in un cassetto.

Vagabonding
di Rolf Potts

Rolf Potts (Wichita, Kansas, 1970) è uno scrittore, giornalista e corrispondente, podcaster, ma prima di tutto un viaggiatore: è nel ’93 a ventitré anni che, laureatosi, parte per otto mesi sul vagoncino Volkswagen anche lui verso il Nord America, per spostarsi poi in Sud Korea per insegnare inglese.

Di viaggiare non ha mai smesso e Vagabonding è l’opera che riassume la sua personalità: vagabondaggio, errare, andare senza sapere dove, la storia di un viaggio che ne rimette in discussione le modalità deontologiche. Oltre ad alcuni consigli pratici sul come muoversi per il mondo, Vagabonding riprende le fila del viaggio alla scoperta di se stessi: muoversi verso l’altro, per cercare di avvicinarsi alla nostra sfera intima e personale.

Pochi soldi, ma tanta voglia di libera scoperta e continui spostamenti, una voglia che a fine lettura ti farà saltare immediatamente in sella della tua pandina-cubo 2000.

Gli immortali. Storie dal mondo che verrà
di Alberto Giuliani

Di tutt’altro avviso è il viaggio di Giuliani, fotografo e giornalista di Pesaro nato nel 1975. Corrispondente per l’Agenzia Grazia Neri sin dal ’95, Giuliani lavora come fotografo a testimoniare alcuni degli accadimenti storici fra i più importanti – la guerra in Afghanistan per esempio –  ed è durante alcuni dei suoi viaggi che entra a contatto con figure mistiche, tra cartomanti siberiane e bramini, grazie ai quali inizia a percepire una nuova spinta: dopo due predizioni di morte precoce, Giuliani sarà mosso da una nuova curiosità che lo porterà ad interrogarsi sul futuro.

Fotografo, insegnante di Storytelling e marketing tra Milano e Roma, fondatore dell’agenzia Luz, ma soprattutto narratore del mondo: è con Gli immortali, libro presentato nel 2019 al Salone del libro di Torino e recensito da Daria Bignardi su Vanity Fair, che Giuliani ha voluto raccontare un viaggio nel futuro, nel tentativo di sconfiggere la morte. Storie dal mondo che verrà, un libro sulle tracce del futuro dell’umanità intera, nel tentativo «di qualche indizio sul mio domani» scrive l’autore; un viaggio fatto di incontri con l’intellighenzia scientifica, tra astronauti della NASA e padri della robotica umanoide, per capitolare su un’unica, salda verità: tutti, nessuno escluso, sono alla ricerca di un modo per sconfiggere la morte.

L’ultima spiaggia
di Alex Garland

Londinese del 1970, Alex Garland è scrittore, sceneggiatore e regista, studioso di storia dell’arte che esordisce nel mondo della narrativa proprio con L’ultima spiaggia nel 1996, da cui poi Danny Boyle trarrà la trasposizione cinematografia The Beach, con l’interpretazione di DiCaprio.

Richard è un giovane inglese, voglioso di nuove esperienze e di andare alla scoperta di nuovi lidi. Per questo parte alla volta di Bangkok, dove dovrà fermarsi in una tetra e misera pensione, travolto dai mille profumi e suoni della nuova città. Sarà qui che sentirà parlare per la prima volta dell’ultima spiaggia, un luogo misterioso segnato con un’inquietante x sulle mappe locali: potrà mai venire meno alla sua curiosità? Potrà Richard non tener conto dell’adrenalina che lo scuote per la nuova metà?

Il protagonista, ovviamente, partirà per l’ultima spiaggia, ma sarà un idillio quello che vi troverà?

Wild – una storia selvaggia di avventura e rinascita
di Cheryl Strayed

Cinquantaduenne statunitense, Cheryl Nyland che sin da subito è abituata a spostarsi: nata in Pennsylvania è a tredici anni che si trasferisce nella Contea di Atkin con la madre – dove vivono senza acqua né elettricità per un periodo – per poi spostarsi verso la McGregory High School, sempre in Minnesota. Dopo la perdita della madre e dopo il divorzio con Marco Litting, è nel 1995 che decide di cambiarsi il cognome in Strayed, vale a dire vagabondo, disperso, smarrito, ma anche sconfinato – nello stesso anno, non a caso, intraprende un trekking impegnativo nel Pacific Crest Trail.

Il libro che voglio segnalarti della Strayed è Wild, il suo secondo romanzo, uscito nel 2012, che racconta proprio del viaggio che l’autrice, a soli ventisei anni, decide di intraprendere a piedi – un itinerario che prevede oltre quattromila chilometri e un sensibile continuo cambiamento di altitudine.

Questo libro, che ha visto la sua traduzione in trenta lingue e l’apparizione nella lista dei best sellers del New York Times al quinto posto, racconta non solo delle foreste, montagne, animali selvatici e località cui la Strayed si confronta, ma soprattutto della formazione e continua crescita cui l’autrice va incontro nel susseguirsi dei chilometri.

Alla ricerca di un sé perduto e strayed, la penna di questa scrittrice riesce a restituire con chiarezza e linearità quella diritta via che spesso smarriamo e la fortuna di ritrovarla, nonostante le paure, le incertezze e le inevitabili solitudini.

Exit west 
di Mohsin Hamid

Pakistano del 1971 Hamid è uno scrittore che si è formato in America – a diciotto anni si forma a Princeton e poi ad Harvard –, che si è successivamente trasferito nel Regno Unito e che attualmente vive tra New York, Lahore e Londra.

Giornalista che appare sul New York Times, The Guardian, Time, si vedi assegnati un’importante quantità di premi, dall’Anisfield-Wolf Book Award, all’Asian American Literary Award, alla selezione tra i finalisti del Man Booker Prize. 

Il viaggio che ha deciso di raccontare Hamid è quello di una coppia in fuga dalla miseria della guerra: Nadia e Saeed, giovane coppia innamorata, tra scariche di fucili, zone ad alto rischio di morte, bombardamenti e distruzione generalizzata, vanno alla ricerca di alcune porte – exit­ – che, così vuole la voce da corridoio, sono dei misteriosi tramiti che hanno la capacità di trasportarti improvvisamente altrove.

Nel disperato tentativo di sopravvivere, i due protagonisti abitanti di «una città di rifugiati», affrontano un viaggio cui metà finale è la vita stessa, per il lusso di continuare ad amarsi – non è questa, forse, la meta cui tutti cerchiamo di tendere?

Il primo fra tutti: Odissea
di Omero

Per concludere, lascia che ti ricordi Ulisse, primo fra tutti i viaggiatori, colui che « ci comunica qui e ora, nel frangente dell’oggi è che la vita autentica non è mai quiete o normalità, ma inquieta, imponderata anomalia. In fondo, Ulisse è uno e Nessuno e siamo tutti, quando messi alla prova, perché oggi più mai siamo tutti in cerca della nostra «petrosa» Itaca, consapevoli però che anche quel luogo di riposo dello spirito, che è Itaca, è illusione.

Una volta raggiunta la vita che ogni essere umano crede di volere, anche questo traguardo è solo apparente. Ulisse capirà che non è la destinazione, ma il transito, il viaggio, l’unico scopo, se mai uno ne ha, dell’esistenza».

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